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03 gennaio 2022

“Appena mi alzo da questa barella ti meno”. La quarta ondata per gli operatori sanitari: aggressioni, minacce No vax e ferie (ancora) saltate


Gli infermieri, ha calcolato l'Inail, ricevono circa 5mila aggressioni all'anno, ovvero 13/14 al giorno. Le aree più a rischio sono il servizio di emergenza-urgenza, le strutture psichiatriche ospedaliere e territoriali, i luoghi di attesa, i servizi di geriatria e servizi di continuità assistenziale. Il personale attivo in area medica ha accumulato oltre 5 milioni di giornate di ferie arretrate e 10 milioni di straordinario (sondaggio Anaao - Assomed). E poi ci sono i gesti di contestazione di chi è contrario al vaccino. Da Bergamo a Roma, ancora, non si fermano.

23 giugno 2021

Infermieri italiani preparati e competenti, ma tra i meno pagati d'Europa

Articolo del sito nurse24.it, indirizzato a tutti gli infermieri; 


In Italia un infermiere guadagna mediamente 27.382 euro l’anno, contro i 32.092 della Francia, i 34.212 della Spagna, gli oltre 45mila della Germania e i 48.167 dell’Irlanda. A passarsela meglio è il Lussemburgo, che stipendia i suoi infermieri con circa 91.290 l’anno. Gli ultimi dati Ocse (relativi al 2019) evidenziano una forte disomogeneità tra gli stipendi di infermieri in Europa (ma anche oltreoceano) e vedono l’Italia agli ultimi posti della classifica. Dopo di noi solo Grecia (19.067 euro) ed Estonia (16.653 euro).

12 maggio 2021

Gli infermieri promuovono il Recovery Plan: protagonisti del cambiamento e dei nuovi modelli


Articolo del sito: Fnopi.it e indirizzato agli infermieri; 

La Missione 6 del Recovery Plan inviato a Bruxelles piace agli infermieri e non solo perché raddoppia la disponibilità di risorse per l’assistenza sul territorio, ma perché parla la loro lingua: reti di prossimità, Casa della Comunità, domicilio, Ospedali di comunità.

Sono gli strumenti su cui si sta impostando il nuovo modello per dare gambe all’assistenza territoriale del Recovery, in grado di dare da un lato assistenza senza lasciare mai solo nessuno e dall’altro prevenzione per i cittadini, partendo dai 26 milioni con cronicità semplici o complesse che troveranno il loro riferimento nelle Case di comunità, Ospedali di comunità e assistenza domiciliare integrata (Adi), nelle cure domiciliari di II e III livello, nelle cure palliative e negli hospice, fino ai 34,4 milioni di “sani” per i quali le Case della comunità faranno prevenzione primaria e secondaria.

Le Case di comunità oggi non raggiungono le 500 unità (489), ma la previsione è che ce ne sia una ogni 20mila abitanti (quindi circa 3mila) e grazie ai fondi del Recovery ne potranno essere attivate quasi altre 1.300 e per il 2026 (anno di termine per il PNRR) quando si arriverà a 1.777. E avranno un team multidisciplinare di: medici di medicina generale, specialisti, infermieri di famiglia e comunità, altri professionisti della salute e potranno ospitare anche assistenti sociali.

01 novembre 2020

Nel mondo il Covid, ha già ucciso 1500 infermieri


Articolo scritto dal sito: Fnopi.it;

L’ICN (International Council Nurse) conferma che 1.500 infermieri sono morti a causa di COVID-19 in 44 paesi e stima che i decessi di operatori sanitari COVID-19 in tutto il mondo potrebbero essere più di 20.000.

L’ultima analisi dell’International Council of Nurses mostra che il numero di infermieri deceduti dopo aver contratto il COVID-19 è di 1.500, rispetto ai 1.097 di agosto. La cifra, che include infermieri provenienti da soli 44 dei 195 paesi del mondo, è nota per essere una sottostima del numero reale di morti.

La stessa analisi dell’ICN suggerisce che circa il 10% dei casi a livello globale sono tra gli operatori sanitari.

A partire da questa settimana ci sono più di 43 milioni di casi in tutto il mondo con circa il 2,6% di questi, 1,1 milioni, con conseguente decesso.

Anche se il tasso di mortalità tra gli oltre quattro milioni di operatori sanitari infetti è solo dello 0,5%, oltre 20.000 operatori sanitari potrebbero essere morti a causa del virus.

Parlando durante la conferenza virtuale Nightingale 2020 del 27-28 ottobre, l’amministratore delegato di ICN Howard Catton ha dichiarato:

“Il fatto che durante questa pandemia siano morte tante infermiere quante ne sono morte durante la prima guerra mondiale è scioccante. Da maggio 2020 chiediamo la raccolta standardizzata e sistematica di dati sulle infezioni e sui decessi degli operatori sanitari, e il fatto che non stia ancora accadendo è uno scandalo”.

19 luglio 2020

Sempre più infermieri pensano di abbandonare la professione


Articolo del sito: nurse24.it; 

Un numero crescente di personale infermieristico sta pensando di abbandonare la professione e molti citano la retribuzione come motivo. È quanto emerge da una survey condotta dal Royal College of Nursing, dalla quale spicca anche che le tensioni esistenti tra gli infermieri sembra siano state esacerbate dalla crisi di Covid-19. 

Lo stipendio tra i motivi della volontà di lasciare la professione 

Un sondaggio condotto su 41.798 membri del personale infermieristico del Regno Unito dal Royal College of Nursing (RCN) ha rilevato che il 73% afferma che un salario più elevato li farebbe sentire più apprezzati. Più di uno su tre (36%) sta pensando di lasciare il proprio posto di lavoro (un sondaggio simile condotto a fine 2019 registrava il 27%). 

Perché gli infermieri vorrebbero lasciare il lavoro 

Tra coloro che pensano di lasciare il lavoro, il 61% ha citato la retribuzione come motivazione chiave; altri fattori emersi sono il modo in cui gli infermieri sono stati trattati durante la pandemia di Covid-19, la situazione cronica di carenza di personale e la mancanza di supporto gestionale. 

Di tutti gli intervistati (il 93% erano infermieri) circa il 73% ha lavorato nel servizio sanitario nazionale (NHS); alla domanda su cosa farebbe sentire gli infermieri più apprezzati, il 73% degli intervistati ha indicato "una retribuzione più elevata". Questo ha riguardato tutto il personale in ogni settore della salute e dell'assistenza sociale. Inoltre, la metà degli intervistati ha affermato che anche un miglioramento delle dotazioni di organico contribuirebbe a farli sentire più apprezzati e, a seguire, condizioni di lavoro sicure e attrezzature e DPI adeguati. 

Nel complesso, il rapporto afferma che la maggioranza degli infermieri afferma l'importanza di una retribuzione commisurata al loro livello di responsabilità, soprattutto a fronte dell'emergenza Covid-19 durante la quale si sono trovati a lavorare a un livello più elevato di responsabilità (spesso senza i dispositivi di protezione individuale idonei) senza che questo venisse loro riconosciuto in termini economici. 

28 maggio 2020

Cosa abbiamo imparato dalla pandemia per il futuro dell’assistenza


Non è certo ancora tempo di bilanci perché nulla si è concluso davvero, ma è necessario comunque uno sguardo indietro sulla situazione creata dalla pandemia COVID-19 negli ultimi tre mesi, per fare il punto su come questo periodo è stato vissuto – e si sta vivendo – dagli infermieri e su quelli che possono essere gli insegnamenti per tutti per un futuro migliore.
Lasciando per il momento da parte i problemi ormai noti della retribuzione, tra le più basse d’Europa e della carenza che ci pone agli ultimi posti sempre in Europa, che sicuramente andranno trattati e risolti definitivamente, come la stessa Federazione ha già messo nero su bianco al Governo e alle Regioni, la pandemia ha dimostrato anzitutto gli errori di programmazione pregressi, quando cioè si è puntato di più sull’organizzazione della rete ospedaliera, lascando da parte gli aspetti della prevenzione e la rete territoriale di assistenza.
I professionisti hanno dovuto affrontare l’eccezionalità dell’evento con gli schemi organizzativi esistenti – spesso rivoluzionati dall’evolversi dell’emergenza – e con gli strumenti a loro disposizione.

Non molti strumenti a dire la verità, perché dopo anni di tagli alla spesa sanitaria, si è rivelata dannosa la diminuzione costante di personale e il nostro sistema sanitario che poggia sui tre pilastri di ospedale, territorio e prevenzione, ha visto assistenza territoriale e prevenzione doversi scontrare con quella ospedaliera per riuscire a recuperare risorse, anche a livello regionale non per evolversi, ma almeno ‘per farcela’.

25 maggio 2020

Infermieri né eroi né martiri

Articolo del sito: nurse24.it;

Gli insegnamenti di queste settimane, le relazioni costruite, la rabbia e la disperazione, ma anche la felicità, l’orgoglio e la stima, dovranno trovare un respiro più ampio della falsità dell’eroe o del lamento per il martire o ancor più della rivendicazione immediata, reattiva e corporativa che grida più al premio che non al cambiamento. Quello che si è appreso in questi mesi - e che è costato (e continua a costare) un alto prezzo in vite umane - dovrà essere investito in un impegno che si prolunghi nel tempo per avere una società migliore, per evitare che i torti vengano cancellati.

L’impressione è che molto presto degli eroi rimarrà poco

L’ultimo report dell’Inail in merito al contagio da Sars-CoV-2 sul lavoro prende in considerazione il periodo che intercorre dalla fine di febbraio al 15 maggio, rivelando la cifra di 43.399 denunce, con un aumento di 6.047 casi, corrispondente al 16,2% circa rispetto ai 37.352 rilevati in data 4 maggio.

L’età media dei contagiati è di 47 anni e nel 71,7% si tratta di lavoratrici. In aumento anche gli esiti infausti (42) portando i decessi al totale di 171, che hanno, come valore mediano dell’età per entrambi i sessi, i 59 anni, di cui il 82,5% dei colpiti è di sesso maschile.

Le regioni del Nord-Ovest continuano ad avere più della metà delle denunce (55,2%) e dei casi mortali (57,9%), con alte percentuali legate alla sola Lombardia: 43,9% dei decessi e il 34,9% dei contagi.

Le professionalità maggiormente interessate continuano ad essere quelle dei tecnici della salute (in cui prevalgono gli infermieri), seguite da oss e da medici. In buona sostanza si conferma l’andamento delle rilevazioni delle scorse settimane dove alla narrazione del sanitario eroe si affianca quella del sanitario martire.

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